A dieci anni dalla Legge 107/2015, conosciuta come riforma della scuola Renzi o Buona Scuola, la discussione sul suo impatto rimane centrale nel dibattito educativo italiano. Il decennio trascorso consente di misurare con maggiore precisione la distanza tra gli obiettivi dichiarati nel 2015 e gli esiti osservati nelle scuole, nei bilanci ministeriali, nelle pratiche didattiche e nel percorso professionale dei docenti.
La riforma nacque in un momento storico segnato da esigenze concrete: il sistema scolastico presentava un tasso elevato di precarietà, una forte disomogeneità territoriale e una difficoltà crescente nel competere con modelli di istruzione europei ritenuti più aggiornati sul piano delle competenze, dell’edilizia scolastica e della digitalizzazione. La Legge 107 puntava a superare questi limiti attraverso un intervento strutturale basato su autonomia, innovazione, stabilità del personale, modernizzazione dell’offerta formativa e rafforzamento della funzione docente.
Le domande che molti si pongono oggi riguardano ciò che è stato realmente implementato, quanto ha funzionato, quali cambiamenti sono rimasti stabili e quali misure hanno mostrato fragilità. Tra dati resi pubblici negli anni, testimonianze di dirigenti e insegnanti, analisi dei media e rapporti sindacali, emerge un quadro complesso che unisce progressi concreti a criticità strutturali.
L’obiettivo di questa analisi è offrire una panoramica chiara e aggiornata di ciò che la riforma ha lasciato, dei suoi impatti reali e delle priorità per il futuro della scuola italiana, con un’attenzione particolare ai bisogni di studenti, famiglie e operatori scolastici nel 2025.
Origini della riforma Renzi e condizioni della scuola nel 2015
La Legge 107 nacque in un contesto segnato da precarietà diffusa, carenze infrastrutturali e scarsa flessibilità organizzativa. Comprendere quel quadro di partenza aiuta a leggere il senso delle scelte operate dal legislatore.
Perché serviva una riforma del sistema scolastico
Nel 2015 il problema del precariato scolastico era tra i più evidenti: decine di migliaia di docenti restavano per anni nelle graduatorie senza prospettive chiare di immissione in ruolo. Molti dirigenti segnalavano difficoltà nel garantire continuità didattica, copertura delle cattedre e qualità complessiva dell’insegnamento.
Sul piano europeo, l’Italia risultava in ritardo per quanto riguarda laboratori, dotazioni digitali, qualità degli edifici scolastici e capacità di sviluppare competenze trasversali. Cresceva la percezione che la scuola avesse bisogno di investimenti strutturali, di un migliore rapporto tra formazione e mondo del lavoro e di un rilancio della professionalità docente.
Linee politiche e obiettivi dichiarati dal governo Renzi
Il governo Renzi presentò la riforma come un intervento “di sistema” per modernizzare la scuola pubblica. Il focus ruotava attorno a cinque assi portanti:
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Autonomia operativa delle istituzioni scolastiche
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Stabilità degli organici tramite assunzioni straordinarie
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Innovazione didattica e apertura alle competenze del futuro
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Valorizzazione del merito e della formazione
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Pianificazione pluriennale dell’offerta formativa
L’obiettivo era trasformare le scuole in centri progettuali capaci di definire il proprio profilo educativo, attrarre risorse e personalizzare i percorsi di apprendimento, superando un modello percepito come eccessivamente rigido e burocratico.
Come nacque la Legge 107/2015 (“La Buona Scuola”)
La riforma venne approvata il 13 luglio 2015 come Legge 107/2015 e fu accompagnata da un ampio pacchetto di decreti legislativi attuativi. L’impianto normativo riguardava:
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reclutamento e formazione iniziale dei docenti
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alternanza scuola-lavoro
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inclusione degli alunni con bisogni educativi speciali
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valutazione del sistema scolastico e del personale
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riordino di alcuni segmenti del percorso di istruzione
L’intento dichiarato era dare coerenza al sistema scolastico nazionale introducendo strumenti uniformi, flessibili e con una visione di medio-lungo periodo.
Cosa prevedeva la riforma: i pilastri della Legge 107
La riforma fu articolata in numerosi interventi. Alcuni avevano una portata immediata, altri richiedevano applicazioni progressive e risorse significative.
Autonomia scolastica e poteri ai dirigenti
Il rafforzamento dell’autonomia scolastica puntava a costruire scuole più responsabili nella gestione delle risorse e nella programmazione didattica. I dirigenti scolastici vennero dotati di poteri più ampi:
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organizzazione dell’organico dell’autonomia
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definizione delle priorità strategiche dell’istituto
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individuazione dei docenti per il potenziamento tramite cosiddetta chiamata diretta
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coordinamento delle relazioni con territorio, enti e imprese
Questa trasformazione ridisegnò il ruolo del dirigente, avvicinandolo a una figura di leader educativo e organizzativo, con responsabilità estese su risultati, clima interno e qualità dell’offerta formativa.
Organico dell’autonomia e piano assunzionale
Il piano straordinario di assunzioni rappresentò una delle misure più rilevanti e visibili. Tra il 2015 e il 2018 entrarono in ruolo circa 198.000 docenti, riducendo in modo significativo il numero degli iscritti nelle Graduatorie ad esaurimento, passati da circa oltre 120.000 a poco meno di 45.000.
Questi interventi permisero di:
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coprire molte cattedre vacanti
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ridurre il ricorso sistematico ai contratti a tempo determinato
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offrire a migliaia di insegnanti una stabilità professionale attesa da anni
Allo stesso tempo, nella percezione di parte del personale, non tutti gli ambiti disciplinari e territoriali beneficiarono nello stesso modo di questo piano.
PTOF e riorganizzazione dell’offerta formativa
La riforma introdusse il Piano triennale dell’offerta formativa (PTOF), strumento cardine per descrivere:
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identità culturale e progettuale della scuola
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obiettivi formativi
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progetti extra-curricolari
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fabbisogni di organico
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uso delle risorse economiche e dei laboratori
Il PTOF rese più visibile la progettualità delle scuole e permise un dialogo più strutturato con famiglie e territorio. Nei documenti di istituto furono inseriti, in forma pubblica, obiettivi, priorità e strategie, rendendo più leggibili le differenze tra un contesto scolastico e l’altro.
Alternanza scuola-lavoro
L’alternanza scuola-lavoro venne estesa a tutti gli istituti secondari di secondo grado, con un monte ore obbligatorio: indicativamente 200 ore nei licei e 400 ore negli istituti tecnici e professionali. L’obiettivo era:
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favorire competenze pratiche e trasversali
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avvicinare gli studenti al mondo del lavoro e delle professioni
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migliorare il bilancio orientativo in vista di università o occupazione
L’esperienza si concretizzò in tirocini, progetti presso imprese, enti pubblici, associazioni, studi professionali, con esiti molto differenti a seconda del territorio.
Didattica digitale, laboratori e innovazione
La riforma valorizzò l’introduzione di attività di laboratorio, competenze digitali, lingue straniere e percorsi interdisciplinari. L’idea di fondo era spostare la scuola da una logica puramente trasmissiva a una centrata su:
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metodologie attive
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uso integrato delle tecnologie educative
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sviluppo di project work e compiti di realtà
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potenziamento di arte, musica e lingue per arricchire la formazione di base
Molti istituti iniziarono ad attrezzarsi con aule multimediali, laboratori di informatica, spazi per la robotica educativa e percorsi di educazione digitale.
Carta del docente e formazione continua
Il bonus annuale per i docenti, noto come Carta del docente, costituì una novità significativa. L’intento era finanziare:
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acquisto di libri, riviste e strumenti digitali
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iscrizione a corsi di aggiornamento e formazione
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partecipazione a eventi culturali utili alla crescita professionale
La valorizzazione della formazione continua fu presentata come un pilastro della professionalità docente e, sin dall’inizio, la Carta del docente venne percepita da molti insegnanti come uno strumento concreto di sostegno, pur con limiti e discussioni sulla sua stabilità nel tempo.
Com’è cambiata la scuola dopo la riforma (2015–2025)
Gli effetti della riforma furono progressivi e disomogenei. Alcune misure si stabilizzarono, altre vennero ridimensionate, altre ancora si trasformarono lungo il percorso politico e normativo.
Cosa è stato confermato nei governi successivi
L’autonomia scolastica, il PTOF, l’organico dell’autonomia, la formazione in servizio e, per ampi periodi, la Carta del docente rappresentano oggi strumenti irrinunciabili. Molti istituti hanno consolidato la progettazione triennale, introdotto:
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percorsi opzionali per gruppi di studenti
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attività laboratoriali strutturate
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progetti di educazione civica, digitale e ambientale
La scuola italiana, nel suo complesso, appare più abituata a ragionare in termini di progetti, obiettivi misurabili e piani di miglioramento.
Cosa è stato modificato o superato
La chiamata diretta dei docenti, inizialmente concepita come leva per una selezione più mirata, è stata progressivamente ridimensionata in seguito a critiche politiche, sindacali e giurisprudenziali.
L’alternanza scuola-lavoro ha conosciuto fasi di ampliamento e di revisione: il monte ore, le modalità di attuazione, la denominazione e i criteri di valutazione sono stati ritarati da governi successivi, nel tentativo di mantenere il legame con il mondo del lavoro limitando però gli aspetti più contestati.
Misure rimaste solo sulla carta o attuate parzialmente
L’organico di potenziamento ha incontrato difficoltà operative significative. Molti docenti hanno raccontato di essere stati impiegati come “tappabuchi”, spesso assegnati a supplenze o mansioni generiche, con un ruolo poco definito rispetto all’idea originaria di potenziamento didattico.
In diversi contesti la distanza tra norma scritta e pratica quotidiana è stata marcata: alcuni strumenti non hanno trovato piena realizzazione per mancanza di risorse, per complessità burocratiche o per resistenza organizzativa.
I risultati osservati sul campo
Risultati positivi e criticità coesistono, delineando un quadro articolato in cui le singole scuole hanno avuto esperienze molto diverse.
Impatto sulle assunzioni e sul precariato
Il piano straordinario di reclutamento ha avuto un impatto rilevante:
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migliaia di docenti hanno ottenuto immissione in ruolo
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molte classi hanno beneficiato di una maggiore continuità didattica
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il peso delle Graduatorie ad esaurimento si è ridotto in maniera sensibile
Nonostante questo, il problema del precariato non è stato completamente risolto. Alcuni ambiti, come il sostegno e particolari discipline, ancora oggi richiedono un numero elevato di supplenze annuali. La gestione del fabbisogno di personale continua a essere un tema centrale nel confronto tra Ministero, sindacati e comunità scolastica.
Cambiamenti nell’insegnamento e nell’offerta formativa
La flessibilità introdotta dal PTOF ha favorito:
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la nascita di nuovi indirizzi e curvatures
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l’attivazione di corsi di potenziamento linguistico, scientifico e artistico
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progetti di educazione alla cittadinanza, alla legalità, al rispetto dell’ambiente
Molti insegnanti hanno sperimentato metodologie innovative, uso più sistematico delle tecnologie, lavoro per competenze e valutazione formativa. La capacità delle scuole di differenziare l’offerta formativa ha rappresentato uno degli esiti più evidenti del nuovo quadro normativo.
Esperienza delle scuole nella gestione dell’autonomia
La nuova autonomia organizzativa ha offerto margini di progettazione, ma ha richiesto competenze gestionali elevate. Nei contesti in cui i dirigenti scolastici hanno potuto contare su:
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team collaborativi
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figure di staff preparate
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reti territoriali attive
si sono visti risultati più significativi. In altre situazioni, l’aumento di responsabilità non è stato accompagnato da supporti adeguati, con il rischio di sovraccarico per le figure di vertice e una percezione di distanza tra organi di governo e collegi dei docenti.
Effetti differenziati tra territori e indirizzi scolastici
Le disparità territoriali restano uno dei nodi più complessi. Istituti situati in aree economicamente dinamiche, con una forte rete di imprese e associazioni, hanno potuto sviluppare progetti di alternanza, laboratori e percorsi innovativi. In zone periferiche o con minori risorse, i margini di manovra sono stati più limitati.
Anche tra indirizzi scolastici si osservano differenze: licei, tecnici e professionali hanno vissuto in modo diverso l’impatto della riforma, soprattutto sul versante dell’alternanza, dei laboratori e dei rapporti con il territorio.
Le principali criticità emerse negli anni
Le critiche alla riforma Renzi hanno riguardato tanto gli aspetti strutturali quanto le modalità di implementazione concreta nelle scuole.
Dibattito pubblico su autonomia e “aziendalizzazione”
L’aumento dei poteri ai dirigenti scolastici fu interpretato da parte dell’opinione pubblica e di alcune organizzazioni come un possibile rischio di “aziendalizzazione” della scuola. Il timore era legato alla possibilità che la logica gestionale, la ricerca di risultati misurabili e la competizione tra istituti potessero compromettere i principi di uguaglianza, inclusione e collegialità su cui storicamente si è fondata la scuola pubblica.
Problemi di disuguaglianza tra scuole ricche e scuole povere
Le scuole con maggiore partecipazione territoriale, capacità di progettazione e accesso a finanziamenti hanno beneficiato di un’offerta formativa più ampia rispetto a quelle di zone svantaggiate. Il rischio percepito è quello di una “geografia delle opportunità”, in cui il codice di avviamento postale incide in modo significativo sul tipo di esperienze educative accessibili a studentesse e studenti.
Alternanza scuola-lavoro: successi e fallimenti
Le testimonianze degli studenti mostrano un quadro molto variegato:
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percorsi di qualità nelle scuole che hanno costruito rapporti solidi con imprese, enti culturali e amministrazioni locali
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esperienze poco formative in contesti dove l’alternanza è stata ridotta a compiti marginali o attività scarsamente collegate al curriculum
In diversi casi la percezione di un’eccessiva burocratizzazione ha indebolito il valore formativo di questa misura, generando richieste di revisione e di attenzione maggiore alla qualità delle esperienze.
Complessità burocratiche e resistenze interne
L’incremento di responsabilità richiesto agli istituti ha generato carichi gestionali elevati. La necessità di conciliare:
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adempimenti amministrativi
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progettazione didattica
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gestione del personale
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relazioni con il territorio
ha creato difficoltà organizzative, soprattutto nelle scuole con personale amministrativo ridotto. In alcuni casi, resistenze interne e diffidenza verso il cambiamento hanno rallentato o limitato l’attuazione delle misure previste.
La riforma Renzi oggi: cosa resta davvero nel 2025
Il bilancio del decennio è sfaccettato: alcuni pilastri sono stabilmente in vigore, altri si sono attenuati, altri ancora sono stati rielaborati da successive politiche scolastiche.
Misure ormai integrate nel sistema scolastico
Il PTOF, l’autonomia scolastica, la formazione continua e una logica di progettazione triennale dell’offerta sono oggi parte integrante dell’identità della scuola italiana. Molti istituti hanno sviluppato una cultura dell’innovazione didattica che prima era meno diffusa.
La stabilizzazione di una parte consistente del corpo docente ha contribuito a rendere più prevedibile l’organizzazione annuale delle scuole, anche se il tema del reclutamento resta aperto.
Parti della riforma ritenute superate
La versione originaria della chiamata diretta, il modello iniziale di alternanza scuola-lavoro e alcune modalità di impiego dell’organico di potenziamento sono considerate, da molti operatori, fasi transitorie che hanno messo in luce più i limiti che i punti di forza. Gli interventi successivi hanno cercato di correggere o ridimensionare queste scelte.
Cosa gli esperti considerano ancora utile
La spinta verso digitalizzazione, apertura al territorio, ampliamento dell’offerta formativa e autonomia responsabile viene spesso valutata come un patrimonio da non disperdere. L’esperienza maturata in questi anni permette di:
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riconoscere le buone pratiche
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correggere gli errori di impostazione
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progettare interventi futuri più coerenti con i bisogni reali delle scuole
Prospettive future e nuove esigenze della scuola italiana
La scuola del 2025 si confronta con scenari sociali, tecnologici e occupazionali molto diversi rispetto a quelli del 2015. Questo rende necessaria una riflessione su priorità e strumenti di intervento.
Priorità attuali: digitale, competenze, inclusione
Le priorità oggi riguardano:
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competenze digitali e STEM
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educazione alla cittadinanza e alla sostenibilità
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inclusione degli alunni con bisogni educativi speciali
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sostegno alle fragilità sociali e culturali
La scuola è chiamata a essere un luogo capace di ridurre le disuguaglianze, promuovere pari opportunità e formare cittadine e cittadini consapevoli in un contesto in rapido cambiamento.
Cosa manca ancora per una scuola realmente moderna
Permangono criticità strutturali:
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disparità tra scuole e territori
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infrastrutture obsolete e problemi di edilizia scolastica
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organici non sempre adeguati alle esigenze reali
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difficoltà nell’accesso a fondi per la progettazione e l’innovazione
Una scuola realmente moderna richiede investimenti stabili, una pianificazione di lungo periodo e un quadro normativo che riduca la distanza tra filosofia della riforma e concrete condizioni di lavoro nelle aule.
Spunti per una possibile nuova riforma
Un nuovo ciclo di riforme potrebbe partire da quanto appreso nell’ultimo decennio, concentrandosi su:
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equità territoriale e recupero dei divari tra scuole
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potenziamento del sostegno e delle figure di supporto educativo
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investimenti significativi in edilizia scolastica e ambienti di apprendimento
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percorsi di formazione iniziale e in servizio ancora più solidi per i docenti
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una ridefinizione del rapporto tra scuola, università e mondo del lavoro
L’esperienza della riforma Renzi, con le sue luci e le sue ombre, rappresenta un patrimonio di conoscenze da utilizzare per progettare interventi più aderenti alle esigenze di chi vive la scuola ogni giorno.
Considerazioni finali
La riforma della scuola Renzi ha lasciato un’eredità articolata: alcune innovazioni hanno migliorato l’organizzazione e l’offerta formativa; altre hanno mostrato limiti operativi; diverse necessitano di una revisione profonda.
La valutazione di ciò che resta oggi permette di individuare con maggiore precisione le direzioni future su cui investire. La scuola italiana ha bisogno di continuità, risorse e visione, oltre che di un impegno condiviso tra istituzioni, comunità scolastica e territori. Solo partendo da una lettura onesta del passato recente è possibile costruire un sistema educativo capace di rispondere alle sfide del presente e del futuro.